Abbiamo votato per corrispondenza per il referendum sulla riforma della giustizia. propendiamo per il NO e questi sono i nostri motivi.
La nostra posizione non è influenzata da un partito o una ideologia, ma si fonda su valutazioni di fatto, di diritto e politiche.
Propendiamo per il NO perché riteniamo che questo referendum e la riforma costituzionale non tratti realmente di separazione delle carriere. La trasformazione più forte ed incisiva avviene invece con la riforma degli organi di governo e disciplina deɜ magistratɜ.
Separazione delle carriere: un falso problema?
La separazione tra funzioni giudicanti e requirenti è già oggi fortemente delimitata. La normativa vigente (riforma Cartabia, d.lgs. 160/2006, come modificato dalla legge n. 71/2022) consente il passaggio di funzioni, di norma, una sola volta nella carriera e entro limiti temporali rigorosi. I dati del Consiglio Superiore della Magistratura mostrano che si tratta di un fenomeno quantitativamente molto contenuto: tra il 2015 e il 2024 si registrano 362 passaggi complessivi; nel solo 2024, 42 passaggi su 8.817 magistrati in servizio (pari allo 0,48%).
Si tratta quindi di un elemento già marginale, che difficilmente appare idoneo, da solo, a giustificare un intervento di revisione costituzionale di tale portata.
Giusto processo e realtà
L’articolo 111 della Costituzione che è modificato dalla riforma delinea i principi del giusto processo. Tuttavia, il punto decisivo non è tanto la struttura formale del processo, ma la capacità del sistema di garantire quei principi nel concreto esercizio del potere.
La riforma interviene soprattutto sul governo della magistratura, cioè sull’insieme di meccanismi che incidono su aspetti fondamentali della vita professionale dei magistrati: trasferimenti, incarichi, progressioni, procedimenti disciplinari. Si tratta di leve che hanno un impatto diretto non solo sull’esercizio della funzione giurisdizionale ma anche sulla vita deɜ singolɜ magistratɜ e delle loro famiglie.
Il rischio di maggiore influenza politica
In tale contesto, riteniamo necessario interrogarsi sulle conseguenze derivanti da un assetto in cui una parte dei componenti degli organi di governo e controllo della magistratura non sia espressa attraverso un meccanismo elettivo interno, ma sia individuata dal Parlamento e dal governo attraverso modalità alternative (quali il tiro a sorte) che possono portare ad una maggioranza di componenti degli organi di governo e controllo più esposte all’influenza dei poteri politici.
Un assetto istituzionale che, anche solo potenzialmente, renda più rilevanti i fattori esterni nella gestione delle carriere può incidere, nel tempo, sull’approccio dei magistrati alle decisioni più delicate. L’autonomia della magistratura non si esaurisce in una proclamazione di principio, ma si costruisce attraverso un equilibrio istituzionale che garantisca, anche nella pratica, la libertà di giudizio. Un organo di autogoverno dotato di legittimazione elettiva e di responsabilità interna quale quello attuale contribuisce a rafforzare tale equilibrio. Al contrario, un assetto che riduca questo legame può incidere, anche indirettamente, sulla percezione e sull’effettività dell’indipendenza.
Magistrati eroi?
Queste considerazioni non presuppongono una visione “eroica” della funzione giudiziaria.
Al contrario, muovono da un presupposto realistico: un sistema equilibrato deve garantire la libertà del giudice anche in condizioni ordinarie, senza richiedere capacità eccezionali di resistenza a eventuali pressioni.
Ma se, da un lato, non possiamo chiedere ai nostri magistrati di essere tutti dei Falcone e Borsellino, dall’altro non vogliamo giudici pavidi e influenzati dal timore di essere trasferiti o peggio, in caso di pronuncie non gradite al governo di turno. Questo è il rischio concreto della riforma costituzionale operata dal governo, destinata ad avere effetti soprattutto sui nuovi giudici del prossimo futuro, non formati nel sistema attuale.
Cautela
Infine, riteniamo centrale un criterio di metodo. Le modifiche costituzionali che incidono sull’equilibrio tra i poteri dello Stato richiedono un elevato grado di cautela. Quando non è possibile prevedere con sufficiente certezza le conseguenze di una riforma, e quando emergono dubbi sulla possibile incidenza su principi fondamentali come l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, appare prudente evitare interventi che possano alterare tali equilibri.
Per queste ragioni, con senso di responsabilità e nel rispetto della pluralità delle opinioni, riteniamo che, in questa fase, la scelta più coerente con la tutela dell’equilibrio costituzionale sia quella di esprimerci per il NO.
A tuttɜ auguriamo buon voto!

